Le domande di visto respinte solo per la nazionalità del richiedente non hanno più valore giuridico: una giudice federale di Manhattan ha annullato la misura con cui l’amministrazione di Donald Trump aveva sospeso il rilascio dei visti di immigrazione ai cittadini di 75 Paesi. Nella sentenza emessa venerdì presso il Distretto Sud di New York, la giudice Jeannette A. Vargas ha definito il provvedimento “contrario alla legge”, stabilendo che il segretario di Stato Marco Rubio aveva oltrepassato i poteri attribuitigli dalla legge. La decisione riguarda i visti per la residenza permanente, compresi quelli per ricongiungimento familiare e lavoro; l’amministrazione potrà presentare ricorso.
- Annullata la sospensione dei visti d’immigrazione per i cittadini di 75 Paesi, circa il 40% degli Stati del mondo.
- Per la giudice la misura viola la legge sull’immigrazione del 1965, che vieta discriminazioni fondate sulla nazionalità.
- La sentenza esclude i visti turistici e per studenti; le parti hanno tempo fino all’11 settembre per chiudere il resto del caso.
La misura era stata introdotta a gennaio dal Dipartimento di Stato con una motivazione economica: impedire l’ingresso a persone che, una volta negli Stati Uniti, avrebbero potuto ricorrere all’assistenza pubblica, diventando così un “peso economico per gli americani”. L’elenco dei Paesi era stato compilato sulla base dei dati del Consiglio dei consulenti economici, individuando gli Stati in cui oltre il 30% delle famiglie di immigrati riceveva una qualche forma di sussidio pubblico.
Un elenco che tocca partner storici degli Stati Uniti
La lista comprende circa il 40% dei Paesi del mondo, in gran parte extraeuropei: Caraibi, Africa subsahariana, Balcani, Medioriente, Asia centrale e Sud-Est asiatico. Tra i nomi citati figurano Egitto, Giordania, Georgia, Haiti, Somalia, Russia, Afghanistan, Iran, Iraq, Nigeria, Thailandia, Yemen, Brasile, Colombia, Uruguay, Bosnia, Albania, Pakistan e Bangladesh. Diversi di questi sono partner consolidati di Washington, un elemento che ha reso la misura ancora più controversa.
Il nodo giuridico: no alle bocciature automatiche
Il cuore della decisione riguarda il metodo. Secondo Vargas, la valutazione sul rischio che un immigrato diventi un “onere pubblico” non può basarsi soltanto sulla nazionalità, ma deve essere condotta caso per caso, tenendo conto di età, salute, situazione finanziaria, competenze professionali e condizioni familiari. Le istruzioni impartite ai funzionari consolari, invece, rendevano di fatto quasi automatico il rifiuto.
“Il risultato è predeterminato. Il visto sarà rifiutato”, ha scritto la giudice descrivendo gli effetti concreti della direttiva.
Una nota interna del Dipartimento di Stato, prodotta come prova in aula, ordinava ai funzionari di negare i visti anche quando i richiedenti fornivano “prove aggiuntive” della propria autosufficienza economica. Per questo, secondo il tribunale, la politica configurava una violazione della legge sull’immigrazione del 1965, che vieta espressamente discriminazioni sulla base della nazionalità nel rilascio dei visti.
Chi ha portato il caso in tribunale
Il ricorso è stato promosso dalle organizzazioni per i diritti degli immigrati Catholic Legal Immigration Network e African Communities Together, insieme a richiedenti visto e a cittadini statunitensi che intendevano fare arrivare familiari dai Paesi colpiti. Tra i ricorrenti, sei cittadini Usa avevano presentato istanze per legami familiari, sostenendo che il divieto impediva ai parenti in Ghana, Giamaica, Guatemala ed Etiopia di ottenere il visto; cinque colombiani avevano invece fatto domanda per motivi di lavoro. Vargas, nominata dall’ex presidente democratico Joe Biden, ha concesso alle parti tempo fino all’11 settembre per proporre come chiudere la parte restante del contenzioso.
Cosa significa per le famiglie coinvolte
La sentenza annulla ogni diniego di visto fondato esclusivamente su quella politica. In pratica, ciò significa che le domande respinte per la sola provenienza nazionale non hanno più fondamento giuridico e le famiglie coinvolte potrebbero vedere riaprirsi le proprie pratiche, salvo un eventuale ricorso dell’amministrazione. Il National Immigration Law Center ha parlato di “un’importante vittoria per le centinaia di migliaia di famiglie in tutto il mondo le cui vite sono state sconvolte dal divieto di visto illegale e discriminatorio imposto da questa amministrazione”.
La misura rientra in una più ampia stretta sull’immigrazione portata avanti da Trump. Secondo il Center for Constitutional Rights, il blocco era uno dei diversi provvedimenti adottati in rapida successione, dopo un più esteso divieto di viaggio riguardante 39 Paesi entrato in vigore il 1° gennaio e una sospensione della cosiddetta diversity visa a fine dicembre. Il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca, per ora, non hanno commentato la decisione.
Pensi che questa sentenza possa incidere davvero sulla politica migratoria di Washington, o l’ultima parola spetterà ai gradi successivi di giudizio? Lascia la tua opinione nei commenti.































