“Mentre città e periferie si preparano al crescente rischio di incendi, la salute mentale deve diventare una componente essenziale della loro pianificazione”. Con queste parole Kyla Thomas, ricercatrice del Center for Economic and Social Research presso lo USC Schaeffer Institute, riassume il messaggio centrale di un nuovo studio dell’Università della California Meridionale (USC). La ricerca, pubblicata il 29 luglio su JAMA Network Open, documenta come i residenti della contea di Los Angeles che si trovavano in zone soggette ad allerta o ordine di evacuazione durante gli incendi del gennaio 2025 abbiano riportato livelli più elevati di ansia e depressione quasi un anno dopo, con conseguenze concentrate soprattutto sulle persone più svantaggiate.
- Chi viveva in zone di evacuazione ha registrato un aumento del 12% dei sintomi auto-riferiti di ansia e depressione nei mesi successivi.
- Gli effetti sono stati maggiori tra residenti a basso reddito, con difficoltà abitative o problemi di salute mentale preesistenti.
- Gli incendi del gennaio 2025 hanno causato almeno 31 morti e oltre 200.000 evacuati.
- Lo studio ha analizzato i dati di 1.510 residenti della contea di Los Angeles.
“Garantire alle popolazioni svantaggiate l’accesso a sostegni essenziali come l’alloggio o i trasporti può migliorare la resilienza della comunità”, ha aggiunto Thomas, autrice principale della ricerca. È proprio questa la lettura che gli studiosi propongono: non basta gestire l’emergenza nel momento del rogo, occorre proteggere chi ha meno strumenti per rialzarsi.
Un divario che pesa più delle fiamme
Gli incendi del gennaio 2025 sono stati tra i più devastanti nella storia della California, con almeno 31 vittime, oltre 200.000 residenti costretti a evacuare e decine di miliardi di dollari di danni. Il rogo ha colpito in modo particolare due comunità molto diverse tra loro: Pacific Palisades, quartiere prevalentemente bianco e benestante, e Altadena, quartiere a maggioranza afroamericana con fasce di reddito variegate.
Secondo i ricercatori, chi risiedeva in aree con ordine o preparazione all’evacuazione ha sperimentato un aumento del 12% dei sintomi di ansia e depressione rispetto a chi viveva altrove. Un dato che però non si distribuisce in modo uniforme.
Pur essendo i residenti bianchi, più istruiti e con redditi più alti quelli che con maggiore probabilità vivevano nelle zone di evacuazione, sono state le persone in condizioni sociali, finanziarie o abitative precarie a subire l’impatto psicologico più pesante.
L’aumento dei sintomi si è concentrato tra chi viveva in nuclei familiari a basso reddito, faticava a sostenere i costi dell’abitazione, aveva già problemi di salute mentale o disponeva di un accesso limitato a forme di sostegno alla ripresa, come alloggi temporanei o aiuti economici.
Come è stato costruito lo studio
La ricerca ha esaminato i dati di 1.510 residenti della contea di Los Angeles che partecipano al sondaggio LABarometer, curato dal CESR e attivo dal 2019 nel monitoraggio delle condizioni sociali ed economiche della regione. Gli autori hanno analizzato i dati mensili auto-riferiti su ansia e depressione nell’anno precedente e in quello successivo agli incendi, integrandoli con un sondaggio sulla vivibilità e sull’accessibilità economica precedente ai roghi e con un’indagine sull’impatto abitativo condotta subito dopo il contenimento degli incendi. Le risposte sono state poi collegate ai dati di quartiere per misurare la vicinanza di ciascuno a una zona di evacuazione.
La particolarità metodologica risiede proprio nella continuità dell’osservazione. Gli studi precedenti sugli effetti psicologici degli incendi hanno tipicamente misurato il disagio soltanto nelle fasi immediatamente successive al disastro. Seguendo invece gli stessi individui per un periodo esteso, prima e dopo l’evento, i ricercatori affermano di poter attribuire con maggiore solidità agli incendi il peggioramento dei sintomi. Va però ricordato che si tratta di uno studio osservazionale, che documenta un’associazione e non stabilisce un rapporto di causa-effetto certo.
Perché il tema riguarda anche l’Italia
Un crescente filone di ricerche sugli incendi indica possibili conseguenze gravi e durature sulla salute mentale, tra cui tassi elevati di disturbo da stress post-traumatico e di suicidio. Gli autori suggeriscono che politiche mirate a rafforzare la sicurezza abitativa e le reti di supporto comunitario — come associazioni locali senza scopo di lucro e gruppi di volontariato — potrebbero contribuire a ridurre l’impatto psicologico degli incendi.
Il ragionamento ha una rilevanza diretta anche per il contesto mediterraneo. L’Italia convive con stagioni di incendi sempre più intense, e la lezione californiana suggerisce che la pianificazione dell’emergenza dovrebbe includere non solo la lotta al fuoco e l’evacuazione, ma anche il sostegno psicologico e materiale alle fasce più fragili della popolazione, che rischiano di pagare il prezzo più alto anche a lungo termine.
Lo studio, intitolato Social Vulnerability, Wildfire Exposure, and Mental Health, porta la firma, oltre a quella di Kyla Thomas, di Evan Sandlin, Marco Angrisani, Jiyoon Kim e Margaret Gatz, tutti della USC.
Pensate che anche in Italia la gestione delle emergenze legate agli incendi dovrebbe prevedere un sostegno psicologico dedicato alle persone più vulnerabili? Condividete la vostra opinione nei commenti.




























