A metà del 2026 il consiglio comunale di Città del Capo ha posto fine all’utilizzo di ShotSpotter, un sistema di rilevamento acustico degli spari sviluppato negli Stati Uniti e considerato una forma di sorveglianza di massa. Introdotto in via sperimentale nel 2016, il sistema prometteva di individuare e segnalare alla polizia una sparatoria entro 60 secondi. Il consiglio ha dichiarato di stare valutando il rinnovo del contratto. Un recente studio, illustrato dal ricercatore in sistemi informativi Grant Oosterwyk e dai suoi colleghi, solleva però interrogativi su responsabilità, interessi commerciali e partecipazione delle comunità coinvolte nell’uso di queste tecnologie.
- Città del Capo ha interrotto l’uso di ShotSpotter, avviando una revisione del contratto.
- Il sistema, attivo dal 2016, era concentrato nelle zone povere dei Cape Flats.
- Non è mai stato pubblicato un audit indipendente sulla sua efficacia.
Un sistema che ascolta interi quartieri, non singoli sospetti
ShotSpotter è un sistema di rilevamento acustico messo a punto dall’azienda statunitense SoundThinking. Sensori installati su edifici o pali captano suoni che potrebbero essere spari: quando più sensori registrano contemporaneamente un possibile colpo, il sistema ne stima la posizione e invia un avviso alla polizia. La tecnologia è diffusa soprattutto negli Stati Uniti, dove secondo l’azienda opera in oltre 180 città e comunità.
Si tratta di una forma di quella che gli studiosi chiamano dragnet surveillance, la sorveglianza a strascico. A differenza del controllo mirato su un singolo sospetto — che di norma richiede una giustificazione e spesso un’autorizzazione giudiziaria —, questi sistemi partono da un luogo: monitorano chiunque viva, lavori o transiti in un’area, indipendentemente da eventuali responsabilità. Rientrano nella stessa categoria le reti di telecamere cittadine, il riconoscimento automatico delle targhe e il monitoraggio massivo delle comunicazioni.
Alcuni quartieri vivono sotto sorveglianza permanente; altri non ne fanno mai esperienza.
Perché la scelta di Città del Capo fa discutere
Il primo esperimento risale al 2016, nei quartieri di Hanover Park e Manenberg, insediamenti dei Cape Flats dove negli anni Sessanta e Settanta molte famiglie furono trasferite forzatamente in base alle leggi razziali dell’apartheid. Il progetto fu sospeso nel 2021 per vincoli di bilancio, poi rilanciato e ampliato, sempre in aree segnate da quel passato, nell’ambito di un più vasto investimento della città in telecamere, droni e sorveglianza aerea.
L’investimento risponde a un problema grave. Città del Capo registra tra i tassi di omicidio più alti del Sudafrica. Nei primi nove mesi del 2025 le comunità dei Cape Flats hanno rappresentato circa tre quarti degli omicidi registrati nel distretto di polizia cittadino. Gran parte della violenza è legata ai conflitti tra bande: dei 242 omicidi collegati alle gang registrati a livello nazionale in un trimestre del 2025, oltre il 90% è avvenuto nella provincia del Capo Occidentale.
Numeri incoraggianti, ma nessuna verifica indipendente
I rapporti della città suggeriscono che il sistema fosse utile. Nell’anno finanziario 2024/25 ShotSpotter ha registrato 3.893 allerte e 9.223 colpi esplosi, circa il 30% in meno rispetto all’anno precedente. Tra aprile e giugno 2025, più della metà delle armi da fuoco recuperate dalle agenzie di sicurezza cittadine si trovava in aree coperte dal sistema.
Il punto critico è che questi dati provengono in larga parte dallo stesso fornitore. Non è mai stata pubblicata una verifica pubblica indipendente sull’accuratezza del sistema, sui falsi allarmi, sui tempi di risposta o sugli effetti reali sull’attività di polizia. In altre parole, l’opinione pubblica non sa se ShotSpotter abbia effettivamente ridotto la violenza armata.
Lo studio citato sostiene che Città del Capo abbia importato non solo la tecnologia, ma anche il linguaggio che la promuove, senza un vaglio esterno. Negli Stati Uniti quel controllo è arrivato da istituzioni indipendenti sia dalla polizia sia dal fornitore: ispettori generali, un revisore eletto e i tribunali. In un caso una corte ha rilevato che meno di un avviso su dieci produceva prove di un reato legato alle armi, e Chicago ha annullato il proprio contratto nel 2024.
Chi viene protetto e chi viene solo controllato
La ricerca solleva anche una questione di collocazione: i sensori sono concentrati nelle zone povere e operaie plasmate dalla pianificazione territoriale dell’apartheid. Queste comunità sono meglio protette o semplicemente più sorvegliate, con scarsa voce in capitolo su come la tecnologia viene governata? Emerge inoltre uno scarto tra il linguaggio ufficiale — precisione, risposta rapida, smart policing — e quello dei residenti, che parlano di paura, trauma, disoccupazione e sfiducia verso la polizia.
C’è infine un costo-opportunità: il denaro speso in sorveglianza è denaro sottratto agli interventi sulle cause della violenza. Secondo gli autori, servono audit indipendenti condotti da soggetti privi di interessi finanziari o politici, e un controllo che avvenga prima e durante l’adozione delle tecnologie, non solo quando esplode la polemica.
Le città dovrebbero investire in sistemi di sorveglianza come questi o destinare quelle risorse alle cause profonde della violenza? Diteci come la pensate.




























