Una delle voci più influenti dell’intelligenza artificiale ammette pubblicamente ciò che molti osservatori sostengono da tempo: le aziende del settore hanno promesso più di quanto siano riuscite a mantenere. A dirlo è Dario Amodei, amministratore delegato e cofondatore della statunitense Anthropic, in una lunga serie di messaggi pubblicati sabato sul social X. «La critica più fondata che si possa muovere alle aziende di IA, Anthropic compresa, è che non abbiamo ancora mantenuto le grandi promesse fatte al mondo», ha scritto l’ex vicepresidente della ricerca di OpenAI, riconoscendo che «la responsabilità è interamente nostra». Un’ammissione che arriva mentre cresce lo scetticismo verso la tecnologia e il timore di una bolla finanziaria.
- Amodei parla di una vera e propria «crisi di fiducia» verso aziende, governi e industria tecnologica.
- Anthropic punta su biologia e medicina, con «primi segnali tangibili» attesi nei prossimi mesi.
- Cresce il timore di una bolla simile a quella delle dot-com di fine anni Novanta.
L’intervento è insolito per Amodei, che di norma resta lontano dai social. Il manager ha risposto all’investitore Gavin Baker, secondo cui i toni allarmistici del dirigente sui rischi dell’IA – in particolare quelli legati all’Agi, l’intelligenza artificiale «generale» capace in teoria di pensare e agire meglio degli esseri umani – avrebbero contribuito alla diffidenza dell’opinione pubblica. Amodei ha respinto l’accusa, spiegando che il problema è molto più ampio e non riconducibile a un singolo dirigente.
Per Amodei il vero nodo è una sfiducia radicata da decenni
«Credo che sia fondamentalmente una crisi di fiducia», ha scritto. «Le persone comuni non si fidano delle aziende, dei governi o dell’industria tecnologica, e sospettano sempre che stiamo escogitando qualche nuovo modo per fregarle». Una diffidenza, ha aggiunto, che esiste da decenni e che nessuna campagna di marketing potrà cancellare: una pubblicità che promette di curare il cancro grazie all’IA verrebbe con ogni probabilità liquidata come ingannevole.
«L’unica cosa che funzionerà davvero sarà curare il cancro», ha ribadito il manager. «Con le sole promesse, molti pensano che l’IA sia solo un inganno».
Su questo terreno, secondo Amodei, si gioca la credibilità del settore. Per questo Anthropic sta accelerando gli sforzi in biologia e medicina, ambiti in cui – ha anticipato – ci sarebbero «primi segnali tangibili» di risultati potenzialmente importanti, attesi nei prossimi mesi. Fino a quando non arriveranno traguardi concreti, ha promesso, eviterà promesse vuote e affronterà onestamente i rischi della tecnologia.
Un manager che ha già rivisto i propri toni sull’occupazione
Vale la pena ricordare che lo stesso Amodei aveva previsto che l’IA potesse eliminare fino al 50% dei posti di lavoro impiegatizi. Più di recente ha però attenuato l’allarme, descrivendo la tecnologia come un moltiplicatore della produzione più che un distruttore di occupazione. Un ripensamento comunicativo analogo a quello dell’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, con entrambe le società che si preparano a possibili quotazioni in Borsa.
Nella sua analisi, Amodei ha toccato anche il tema della regolamentazione, criticando la contrapposizione netta tra chi teme la concentrazione del potere nelle mani di pochi e chi vede nei modelli aperti la strada per tenere sotto controllo la tecnologia. L’IA, ha osservato, tende strutturalmente a concentrare il potere non per via delle regole ma a causa delle cosiddette «leggi di scala» – il principio per cui le prestazioni di un modello migliorano all’aumentare delle risorse impiegate. Il manager si è detto favorevole alla creazione di un organismo di vigilanza sul modello della Finra, l’autorità statunitense che regola gli operatori finanziari.
Le ammissioni si moltiplicano e cresce il timore di una bolla
Le parole di Amodei si inseriscono in un dibattito ormai ricorrente ai vertici del settore. Lo scorso agosto Sam Altman aveva paragonato il clima attuale a quello della bolla delle dot-com di fine anni Novanta, definendo «non razionale» il fatto che startup di poche persone raccolgano finanziamenti miliardari e prevedendo che «qualcuno perderà somme ingenti di denaro». Nonostante ciò, OpenAI ha confermato piani di spesa per migliaia di miliardi di dollari in infrastrutture.
Sulla stessa linea si era espresso il numero uno di Alphabet, Sundar Pichai, che alla Bbc aveva riconosciuto «elementi di irrazionalità» nel ciclo di investimenti, ammettendo che nessuna azienda sarebbe immune – Google inclusa – in caso di scoppio della bolla. Quattro anni fa Big G spendeva meno di 30 miliardi di dollari l’anno in IA; quest’anno la cifra ha superato i 90 miliardi. La stessa Bce ha segnalato che il rally del settore tecnologico legato all’IA ha spinto le valutazioni di Borsa a livelli «che non si vedevano dalla bolla delle dot-com», esponendo anche le famiglie europee alla tecnologia statunitense, valutata in 440 miliardi di euro.
Perché la questione riguarda anche imprese e consumatori europei
Il cuore del problema, per molti analisti, è lo scarto tra le promesse comunicate al pubblico e i risultati verificabili. L’indagine 2026 AI-Powered Consumer Report dei ricercatori di Prophet segnala che l’uso dell’IA generativa tra i consumatori è salito al 73%, dal 45% del 2024, ma con un calo del 30% dell’entusiasmo. Secondo il Pew Research Center, il 50% degli adulti statunitensi si dice più preoccupato che ottimista per la diffusione dell’IA nella vita quotidiana, contro il 10% di pareri favorevoli: nel 2021 la quota dei timorosi era al 37%.
Anche sul fronte aziendale i numeri raffreddano gli entusiasmi. Una ricerca del Mit indica che solo il 5% dei progetti basati sull’IA raggiunge un impatto significativo, mentre un report di S&P Global Market Intelligence rileva che il 42% delle aziende ha abbandonato la maggior parte delle proprie iniziative nel 2025, contro il 17% del 2024. Quasi la metà dei progetti (46%) viene scartata prima ancora di arrivare in produzione, a causa di costi elevati, problemi di sicurezza e difficoltà nella gestione della privacy dei dati. Per un lettore europeo, questo significa che l’esposizione crescente dei mercati e dei risparmi al settore tecnologico statunitense convive con un’incertezza reale sui ritorni concreti di questi investimenti.
Pensate che l’intelligenza artificiale abbia promesso più di quanto possa mantenere, o si tratta solo di una fase di assestamento? Raccontateci la vostra esperienza con questi strumenti.































