Mentre gli scaffali dei supermercati si riempiono di prodotti “arricchiti di proteine” — dai cereali al caffè, fino all’acqua proteica — una nuova revisione scientifica suggerisce il contrario di quanto suggerisce questa moda: consumarne meno potrebbe portare maggiori benefici alla salute e, in alcuni casi, allungare la vita. Il lavoro, pubblicato il 31 luglio sulla rivista Cell Press Blue, ha esaminato più di 350 studi sulla restrizione proteica e l’invecchiamento. Secondo gli autori, ridurre l’apporto proteico rallenterebbe l’invecchiamento migliorando il metabolismo, modificando la risposta cellulare ai nutrienti e favorendo la riparazione delle cellule.
- La revisione ha analizzato oltre 350 studi, in gran parte su roditori sedentari.
- In uno studio i ratti con apporto proteico minimo sono vissuti quasi 120 giorni in più, oltre il 50% più a lungo.
- Le linee guida statunitensi hanno di recente aumentato l’apporto consigliato a 1,2–1,6 grammi per chilo di peso corporeo.
Meno proteine imiterebbe gli effetti della restrizione calorica
Da decenni è noto che ridurre le calorie può prolungare la vita in molti organismi e abbassare il rischio di malattie legate all’età, ma seguire una dieta ipocalorica è difficile per la maggior parte delle persone. Studi precedenti hanno mostrato che mangiare meno proteine allunga la vita di mosche e roditori senza ridurre le calorie, e alcuni trial clinici sull’uomo hanno rilevato una diminuzione di peso e massa grassa e un miglioramento della glicemia a digiuno, pur assumendo più calorie.
Al centro dei meccanismi individuati c’è l’ormone FGF21 (fibroblast growth factor 21), che aumenta quando l’apporto proteico è basso. Nei roditori agisce su cervello, tessuto adiposo e fegato migliorando i livelli di zucchero nel sangue e riducendo le cellule senescenti, quelle che si accumulano con l’età e alimentano l’infiammazione cronica. Un altro attore è la proteina mTORC1: ridurne l’attività, spiegano gli autori, sposta le cellule da uno stato di crescita a uno di riparazione. La revisione punta il dito anche su alcuni aminoacidi — metionina, isoleucina e valina — il cui eccesso potrebbe innescare processi legati a obesità, infiammazione e malattie dell’età.
Perché la questione riguarda chi si muove poco
“È assolutamente chiaro che le proteine portano benefici alla crescita muscolare e alla risposta all’esercizio nelle persone attive”, afferma Dudley Lamming dell’Università del Wisconsin-Madison, autore corrispondente dello studio. “Ma poiché la maggior parte delle persone è relativamente sedentaria, molti probabilmente ne consumano più di quante ne servano, con verosimili conseguenze negative per la salute.”
Il nodo è proprio questo: per un lettore sedentario, i prodotti “proteici” potrebbero non offrire i vantaggi che si aspetta, mentre per chi si allena regolarmente un apporto elevato appare privo di rischi.
La tempistica rende il tema attuale. Quest’anno le autorità statunitensi hanno aggiornato le linee guida alimentari, raccomandando un aumento dell’apporto proteico giornaliero a 1,2–1,6 grammi per chilo di peso corporeo (circa 0,5–0,7 grammi per libbra), quasi il doppio rispetto alle indicazioni precedenti, che si aggiravano intorno agli 0,8 grammi per chilo. Lamming sostiene che le raccomandazioni andrebbero personalizzate non solo in base all’età, ma anche al livello di attività fisica: gli atleti, osserva, consumano grandi quantità di proteine senza sviluppare malattie metaboliche, probabilmente perché l’esercizio le impiega per costruire muscoli sani.
Gli esperti frenano: i topi non sono persone
Diversi ricercatori invitano però alla prudenza. Donald Layman dell’Università dell’Illinois Urbana-Champaign ricorda che i roditori differiscono molto dall’uomo nel metabolismo proteico: mTORC1 si attiva con l’alimentazione, e mentre le persone fanno pochi pasti abbondanti, i roditori mangiucchiano di continuo, così la restrizione proteica potrebbe agire diversamente. Layman aggiunge che gli esseri umani sono più esposti a fattori che accelerano l’invecchiamento, come infezioni e caldo estremo, rispetto agli animali da laboratorio, e sottolinea che la revisione non include gran parte degli studi sull’uomo secondo cui aumentare le proteine oltre il minimo riduce il rischio di fragilità.
Lamming replica che nessuno studio è stato escluso di proposito: “Ci siamo concentrati sulla restrizione proteica, non sui molti studi che esaminano apporti più elevati”. Sui benefici dell’alto consumo per l’invecchiamento, ammette, le prove restano contrastanti. Uno studio su gemelli anziani nel Regno Unito ha collegato un maggiore apporto a un minor rischio di sarcopenia, ma Elizabeth Williams dell’Università di Sheffield giudica quei risultati inaffidabili per la bassa frequenza dei casi.
Sul fronte degli aminoacidi, Philip Atherton dell’Università di Nottingham ricorda che limitare isoleucina e valina — abbondanti in carne, pesce e latticini — ha prodotto nei topi effetti simili alla restrizione proteica complessiva. Atherton sta pianificando uno studio per verificare se farmaci capaci di ridurre specifici aminoacidi nell’uomo migliorino parametri come il controllo della glicemia, con risultati attesi nei prossimi anni.
E voi come regolate l’apporto di proteine nella vostra dieta: seguite la tendenza dei prodotti “proteici” o puntate su un consumo più contenuto? Raccontateci il vostro punto di vista nei commenti.































